A bordo di un’imbarcazione, ogni oggetto ha un nome specifico ed in mare la precisione del linguaggio è una necessità.

Conoscere il nome giusto degli oggetti che maneggiamo significa comprenderli: sapere a cosa servono, come sono fatti, quali sono i loro limiti.

In questo articolo esploreremo la struttura del cordame tradizionale, dopodiché lo classificheremo in base a diametro e caratteristiche.

Marinai alano una scialuppa a forza di braccia

Il principio costruttivo: “Vis unita fortior” (l’unione fa la forza)

È il principio è alla base della costruzione di ogni cavo: le fibre prese singolarmente sono deboli, ma quando vengono attorcigliate insieme con una logica precisa, si trasformano in strutture lunghe, resistenti e flessibili; le nostre cime!

Struttura di un cavo piano a tre legnuoli, click per ingrandire hd

 

Dalla fibra alla cima: quattro passaggi per una “cima perfetta”

La costruzione di una cima tradizionale possiamo immaginarla in 4 passaggi successivi: a ogni passaggio, più elementi del precedente vengono attorcigliati insieme, alternando la direzione della torsione (S,Z)  questa alternanza è fondamentale per la stabilità della struttura.

Primo passaggio: “dalle fibre al filo”

Tutto inizia con le fibre vegetali, ogni singola fibra è lunga pochi centimetri: da sola non servirebbe a nulla, le fibre vengono quindi attorcigliate insieme, sempre nella stessa direzione; questa direzione viene chiamata torsione Z, perché il filo che si forma sale da sinistra verso destra, proprio come il tratto centrale della lettera Z: risultato di questo primo passaggio è il filo.

Secondo passaggio: “dai fili al trefolo”

Ora avviene qualcosa di interessante: più fili vengono attorcigliati insieme, ma in direzione opposta. Se i fili avevano torsione Z, ora li attorcigliamo con torsione S (da destra verso sinistra, come il tratto centrale della lettera S).

Terzo passaggio: “dai trefoli al legnolo”

Più trefoli vengono attorcigliati insieme, e qui torniamo alla direzione originale: torsione Z, come quella dei fili iniziali. Il risultato è il legnolo (o legnuolo), un termine che probabilmente deriva dal fatto che questi cordoni, ben serrati, diventano rigidi quasi come il legno.

Le torsioni Z,S

Quarto passaggio: “dai legnoli alla cima”

Finalmente, tre legnoli vengono attorcigliati insieme con torsione S, formando la cima completa. Abbiamo così completato il ciclo: Z-S-Z-S.

La struttura completa è quindi:

  • Fibre (torsione Z) → Filo
  • Fili (torsione S) → Trefolo
  • Trefoli (torsione Z) → Legnolo
  • Legnoli (torsione S) → Cima

Perché alternare le torsioni?

Questa alternanza Z-S-Z-S crea un effetto “autobloccante”: quando si tira la cima, ogni passaggio tende a stringersi su se stesso, ma la torsione opposta del livello successivo impedisce che si stringa eccessivamente, è una soluzione elegante e funzionale, perfezionata attraverso secoli di esperienza.

 Struttura di un cavo ritorto moderno, click per ingrandire hd

Ora siamo pronti per approfondire la nomenclatura del cordame nautico.

 

Cavi, cime, sagole e minutenze: una distinzione importante

Nel linguaggio marinaro, il termine cavo è il più generale e omnicomprensivo anche se a bordo non è troppo usato è giusto citarlo, possiamo considerare (per semplicità) un cavo tutto il cordame con un diametro superiore a quello del tipico spago.

All’interno di questa grande famiglia, tuttavia, esistono distinzioni precise, affinate nei secoli dall’esperienza pratica dei marinai. Ciascuna categoria ha un nome specifico che ne definisce immediatamente dimensioni, resistenza e campo di utilizzo.

Le minutenze: il cordame sottile

Le minutenze (o minuterie) sono il cordame di sezione più ridotta, quello che usiamo per legature leggere, cuciture, piccole riparazioni; in questa categoria rientrano in ordine di diametro crescente:

  1. lo spago
  2. il lezzino
  3.  il merlino
  4. il commando

Sono i “fili” del mondo nautico, sottili ma essenziali, presenti in ogni cassetta degli attrezzi di bordo: possono essere usati per fasciare una cima, fare impalmature e rammendare le vele.

Le sagole: la categoria intermedia

Salendo di diametro, troviamo le sagole: una categoria intermedia che rappresenta il passaggio tra le minutenze e le vere cime da manovra. Le sagole si distinguono per avere una commettitura (torsione) più stretta e serrata rispetto alle minutenze, che le rende più compatte, rigide e resistenti. 

Ne sono esempi: la sagola da scandaglio,  la sagola del solcometro a barchetta, la sagola da getto: quella piccola sagola con un peso all’estremità che si lancia dalla nave verso la banchina, fondamentale nelle manovre di ormeggio.

Le cime: il cuore delle manovre

Con il termine cima ci riferiamo ai cavi di media sezione, il vero “pane quotidiano” della vita di bordo: le scotte, le drizze, le borose ed in generale le manovre correnti fanno parte di questa categoria.

I cavi da tonneggio e ormeggio: la forza bruta

«Se uno aggredisce, in due gli possono resistere
e una corda a tre capi non si rompe tanto presto.»

— Ecclesiaste 4:12

All’estremo opposto delle minutenze troviamo i cavi da tonneggio e i cavi da ormeggio: cordame di sezione robusta, costruito per sopportare carichi elevatissimi e sollecitazioni prolungate, possono essere usati per il traino, per l’ormeggio, per il tonneggio e per l’ancoraggio.

Grosso cavo da ormeggio

Le gòmene: un eredità del passato

Erano grandi cavi di canapa usate per l’ormeggio sulle ancore prima dell’avvento delle fibre moderne e delle catene; avevano una circonferenza pari a 4cm per ogni metro di baglio massimo di una nave: una nave larga 10 metri aveva gòmene di circa 40 cm di circonferenza.

Il degrado e i segni da riconoscere

Una cima non dura per sempre, è importante riconoscere i segni del degrado, una cima usurata può cedere nel momento del bisogno, con conseguenze potenzialmente gravi.

I segni principali sono:

  • Sfilacciamento: le filacce cominciano a discommettersi, creando “peluria” sulla superficie della cima
  • Separazione dei legnoli: i legnoli iniziano a distanziarsi l’uno dall’altro, la cima perde compattezza
  • Perdita di flessibilità: la cima diventa rigida, “legnosa” appunto, difficile da piegare e manovrare
  • Variazioni di diametro: assottigliamenti localizzati, spesso nei punti di maggiore usura
  • Cambiamenti di colore: imbrunimenti, macchie, segni di esposizione prolungata agli agenti atmosferici

L’acqua salata irrigidisce le fibre, il sole le secca e degrada, lo sfregamento continuo le consuma, quando una cima mostra segni evidenti di usura, l’unica scelta responsabile è sostituirla.

In mare non ci sono vie di mezzo: la sicurezza viene prima di tutto.

Dalla tradizione alla modernità

Oggi, sulle barche moderne, le cime in fibra vegetale sono rare, sono state sostituite dai materiali sintetici: nylon per la sua elasticità, poliestere per la stabilità, dyneema per la leggerezza e la resistenza straordinaria, ecc..; eppure i principi costruttivi non sono cambiati molto, ma ne parleremo in un altro articolo!

Conclusione: il valore della conoscenza

Comprendere come è fatta una cima tradizionale va oltre la semplice curiosità culturale, è un modo per sviluppare quella che potremmo chiamare “intelligenza marinaresca”: la capacità di capire gli strumenti che utilizziamo, di non fare confusione e capirci a bordo.

In un’epoca in cui spesso ci accontentiamo di un generico “corda” per indicare qualsiasi cordame, riscoprire l’importanza della nomenclatura corretta non è nostalgia del passato: è recuperare un modo più consapevole di stare in mare.

Perché in mare, come nella vita, conoscere il nome delle cose significa, semplicemente, conoscere le cose.

Di Marco Esposito presidente Round Robin A.S.D.

Fonti:

Ashley 1944: Ashley, C.W., The Ashley Book of Knots (1944)

Toss 2014: Toss, B., Rigging (2014)

Devillers 1971: Georges, Manuale di arte marinaresca.

 

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